Mostra dei disegni delle allieve della Happy School di Chennai
Giovedì 4 giugno dalle ore 19.00 alle ore 22.00
Cosa: Fundraiser
Organizzatore: Padhamavathy Ramaswamy
Dove: San Lo’
in collaborazione con Motherindiaschool
Mostra dei disegni delle allieve della Happy School di Chennai
Giovedì 4 giugno dalle ore 19.00 alle ore 22.00
Cosa: Fundraiser
Organizzatore: Padhamavathy Ramaswamy
Dove: San Lo’
in collaborazione con Motherindiaschool
Fin dai tempi più antichi il filo d’oro è il simbolo di un sapere che nasce dall’esperienza personale e che è libero dai condizionamenti istituzionali.
E’ un filo perché rappresenta la continuità di un’esperienza sempre antica e sempre nuova, ed è esile perché in ogni generazione questa consapevolezza viene mantenuta da una minoranza di individui. Questo filo è d’oro perché è immortale.
Rimane sempre, anche nei periodi più caotici e oscuri, a volte più apparente, a volte più nascosto.
“Tradizione è una parola che deriva dal latino, l’equivalente indiano è Parampara, ma sia nell’uno che nell’altro caso, non ha mai indicato una dimensione statica. Tradizione significa “tramandare”, e Parampara indica il fluire da una persona all’altra, questo flusso non può mai essere un’entità immobile, non può essere rinchiuso in una forma limitata, una tradizione può sopravvivere solo se c’è allo stesso tempo una continuità e un cambiamento. Deve fluire secondo una certa direzione che è predeterminata, ma continua anche a fluire generando cambiamenti.
Oggi, nel mondo moderno, noi non riconosciamo a pieno la relazione che c’è fra lo studio e l’esperienza personale. Ci basiamo solo sull’intelletto e crediamo che la ricerca e gli studi siano cose che riguardano solamente la dimensione intellettuale.
Ma, io credo che all’origine ci debba essere un’intuizione che proviene da un livello irrazionale o se si vuole dal lato destro del cervello, che ha comunque radici che non sono razionali.
Tutti gli aspetti accademici sono necessari e bisogna conoscerli. Ma una volta che si sono sviluppate certe capacità intellettuali dobbiamo dimenticarle. Si deve usare l’intelletto come un ponte che poi dev’essere distrutto se si vuole arrivare a un risultato reale.
Nei Rig Veda si dice: “La verità è una ma si esprime in molti modi”. In India abbiamo 64 arti e tutte le attività che implicano un’abilità dal cucinare, alla poesia e così via, sono un’arte. Tutte le arti dell’India si sono sviluppate sulla base di questa visione dell’universo.
Che cosa costituisce l’arte? Che differenza c’è fra l’arte e la meditazione, o la contemplazione?
O la ricerca di svuotarsi di se stessi?
La principale condizione necessaria per l’arte, non è forse la capacità di trascendersi? Di trascendere il piccolo io? Perché non ci può essere arte se c’è un io e allo stesso tempo non ci può essere nessun’arte se non c’è un io in grado di esprimerla. Ritorniamo ancora una volta al problema dello strumento. Il creatore dev’essere annullato. O deve comunque rendersi conto che non esiste. Perché, se al centro c’è la personalità del creatore, non c’è arte. Ma se non c’è un creatore non ci può essere nessun’ arte. Pertanto, penso che tutta l’arte che noi consideriamo tale emerge da questo vuoto che può essere chiamato pieno, è la stessa cosa.
Arriva certamente un momento in cui l’io limitato, l’ego, in riferimento al desiderio di asserire la propria individualità, deve essere trasceso. Questa esperienza è la base di ogni cosiddetta forma di espressione che può riguardare il campo della scienza, della metafisica, dell’arte. L’essenza dell’arte si esprime quando tutto questo scompare per poi ritornare come un dono gratuito, sia per l’artista che per il fruitore dell’arte.
L’arte, in India, non è mai stata separata dagli altri aspetti della vita o delle altre discipline.
Ogni arte è chiaramente distinguibile, una forma autonoma, ma vive solo se è collegata al tutto.
Nasce dalla vita e si sviluppa entro i suoi limiti ma tende all’universale e alla trascendenza.
Il tempo è ciclico e la fine è un ritorno all’inizio.
Se si ascolta una grande sinfonia come la Nona di Beethoven, per esempio, oppure certe composizioni di Vivaldi, da un punto di vista analitico si può parlare di note alte o basse, delle ottave, del contrappunto, dell’armonia, ma alla fine della Nona, specialmente dopo il terzo movimento, ciò che resta è solo un grande senso della meraviglia. Non ci si ricorda nemmeno più che si trattava di Beethoven, rimane solo una specie di eco nella nostra coscienza. Ecco che cos’è la meraviglia. Dostoevskij ha detto che la bellezza salverà il mondo, ma c’è anche il detto inglese per il quale la bellezza è nell’occhio di chi la contempla. Dobbiamo abbandonare l’idea che la bellezza sia un fatto che riguarda solo le forme esteriori. La bellezza offre la sensazione di una perfetta simmetria, anche nel caso in cui dal punto di vista strettamente geometrico esiste un’ asimmetria, in essa l’interno e l’esterno, l’orizzontale e il verticale sono complementari. Ciò che esiste a livello macroscopico riflette il microscopico e viceversa. In questi casi, c’è un senso di bellezza. Una bellezza che è contenuta nelle forme ma che allo stesso tempo le trascende.”
La cultura è la quintessenza della condizione umana, a livello individuale o collettivo, è ciò che resta anche quando tutto è stato perduto.
Avete mai visto sorridere un povero? Come s’illumina il suo volto? Quella è cultura. Avete mai visto una madre che magari non ha e non possiede nulla e che tuttavia riesce a comunicare il senso della bellezza alla figlia che sta crescendo?
La cultura non ha nulla a che fare con il divertimento e il lusso. Perciò, qualsiasi definizione moderna della cultura che affermi che essa è secondaria rispetto allo sviluppo economico, è una perversione.
La cultura è fondamentale, non può essere distinta da tutto ciò che è stato dato all’uomo per raffinare la propria sensibilità e per creare una relazione integrale fra il corpo, la mente e l’anima.
Kapila Vatsyayan
India, Goa, Asven
foto e testo di Gaia Champa Reale
La loro è una storia di dignità e poesia. Vishwadhara, una giovane vedova e le sue due figlie,
Vijaya e Wishweta. Tre donne che vivono in India, Goa, più precisamente ad Asven, una località
piena di resort sulla spiaggia e turisti. La piccola casa con l’insegna Coco Art non passa inosservata,
così diversa dal contesto in cui si trova: piccola, dipinta d’azzurro e circondata da alberi, ha un
telefono grande e rosso fiammante posto sul muretto che da sulla strada.
Appena arrivo, entro nel piccolo cortile, le scarpe sulle scale e una stella disegnata con il gesso a
protezione della casa, entro dentro e sulle pareti tante facce di coloratissimi Ganesh, Shiva e
maschere scaccia-demoni, fra i volti spicca la foto di un uomo incorniciata da fiori freschi. E’
Vishwanath Shetgaoinkar, marito di Vishwadhara, morto quattro anni fa per un’allergia alle polveri
che usava per dipingere i quadri e lavorare il gesso per creare le maschere delle divinità induiste…
In nome di Ramakrishna e dell’unione di tutte le religioni, il Natale a Kolkata è da sempre una festa per tutti. Questo me lo spiega un ambulante di addobbi natalizi musulmano, a Suder street. Intorno a noi palazzi rivestiti di luci e neve finta.
Vecchi successi di Bollywood sparati dagli altoparlanti si aggiungono all’abituale caos assordante delle strade. Kolkata mi piace subito.
Da Goa, ambasciatrice di Motherindiaschool, arrivo a Kolkata per studiare un progetto sui ragazzi di strada in collaborazione con una ONG locale.
Ho dieci giorni di tempo e una mappa segnata da cerchi di penna blu che indicano gli slum dove vivono i ragazzi di strada e i quartieri in cui lavorano.
La vigilia di Natale sono a Dum Dum, lo slum più grande della città che si estende lungo la ferrovia. Le case senza muratura, compresse una sull’ altra, vacillano allo sfrecciare arrugginito dell’ espresso. Un gruppo di bambini mi corre subito incontro, alcuni lavorano in città come lustra-scarpe, altri indossano la divisa immacolata della scuola e i capelli pettinati. Prima mi occhieggiano timidi, poi in un crescendo di entusiasmo e salti e urla, mi trascinano nel loro luogo dei giochi: i binari.
Io tremo ad ogni fischio in lontananza, eppure a Dum Dum i binari sono usati per stendere i panni e come toilette, ci sono famiglie che pranzano e donne che allattano, una vita che sparisce e si ricompone come nulla fosse al passaggio dei treni stracarichi. I bambini si fanno fotografare a cavalcioni sulle portantine che i loro padri, uomini-risciò, trascinano a braccia durante il giorno, correndo scalzi in mezzo al traffico della città. Un fosso riempito d’ acqua separa lo slum dalle case ricche in cui le madri lavorano come inservienti. Al tramonto Dum Dum è un brulicare di attività, come un alveare in cui ognuno inventa la propria sopravvivenza. C’è anche il barbiere, il centro estetico e l’emporio.
Per 13 rupie giornaliere, c’e chi costruisce batterie, bottoni, suole e palloncini. Alla luce fioca di allacci elettrici abusivi, l’atmosfera della sera mi riscalda il cuore. Il fumo dei cocchi bruciati agli usci per allontanare gli insetti mi arrossa gli occhi, e crea un velo di nebbia bianca che aleggia a mezz’aria. Dalle porte aperte sbircio le donne nei loro movimenti aggraziati, poesie di un attimo, prima che si accorgano della mia presenza e mi invitino ad entrare per un tè chai. Ne bevo una decina, mi piace entrare nelle case. Le anziane mi accarezzano attratte per la mia pelle bianca e il mio viso straniero. L’ odore acre misto di cenere, chilly e urina mi riempie le narici e mi perdo in minuti di soli sguardi e gesti: è il vantaggio di parlare lingue diverse. Una ragazza appena sposata ha appeso ad una parete la scatola di cartone che conteneva il sari del suo matrimonio, me lo mostra, ha la mia età. Prima di salutarmi, come benedizione, mi attacca un pallino rosso in mezzo alle sopracciglia.
Venti minuti su una Embassador gialla, bastano per entrare in un altro mondo, le immagini dello slum si sovrappongono alla città che scorre dal finestrino e che avvicinandosi al centro, diventa sempre più luccicante, sempre più natalizia: l’altra faccia di Calcutta. A Park Street, librerie, caffè letterari, locali alla moda, insegne luminose come nel centro di una città europea. Gli ambulanti friggono samosa più che mai, le donne indossano sari rossi brillanti e si fotografano con Babbo Natale dalla pelle scura.
Scivolo in un locale frequentato dai giovani moderni di Calcutta dove ho appuntamento con Mendi, una studentessa di lettere mia coetanea. Avverto su di me sguardi imbarazzati, quando il cameriere, inamidato in un completo bianco e cappellino natalizio, mi fa notare che sono nel locale riservato agli uomini. Mendi porta i capelli corti sotto l’orecchio, parla un inglese pimpante velocissimo che a volte faccio fatica a capire, saluta amici ai tavoli, ordina con disinvoltura un rum e coca e sostiene ad alta voce di non essere fidanzata per via di una scarsità statistica di uomini in India e della loro sempre più spiccata tendenza all’omosessualità. Siamo dirette ad un party organizzato per la vigilia di Natale, dall’altra parte della città. Sulla metropolitana, questa volta trovo subito il mio posto nella panca per “ladies only”. Il party è in un appartamento vuoto, tutti ventenni universitari, e una sola bottiglia di vino nascosta come un tesoro in uno zaino. Si suona rock and roll, dai Rolling Stones a Janis Joplin, le ragazze fumano sigarette.
Ci divertiamo. E’un party di Natale, siamo tutti di religioni diverse e come regalo tutti mi cantano “volare” di Modugno.
Anna Deva Bernasconi
Partiamo da Goa per Saundatti, nel Karnataka, per un reportage sulla dea Yallamha. Siamo quattro donne di Motherindia school. Shobha, direttrice e fotografa, io Champa, la sua assistente, Deva, fa riprese video, Anu è la nostra astrologa consigliera. Sette ore di macchina per incontrare la dea Yallamha. Attraversiamo piccoli villaggi, campagne, i colori sono di terra e acqua, i bambini lavano i bufali al fiume, le scimmie aspettano i turisti alla cascata, piccole bambine luminose pascolano le pecorelle del villaggio. piantagioni di riso, palme e alberi secolari.
E’ il tempo della raccolta dei pomodori. Ci fermiamo lungo la strada, una donna china sul terreno lentamente li divide, la luce del sole brilla tutto intorno e il suo sari si scioglie tra colori.
I pellegrini sono in marcia da giorni, allegre fanciulle alla guida di lunghe carovane, pentole, legna per il fuoco da ardere, vecchi, bambini, caprette, muli, bufali dalle grandi corna colorate di giallo, in onore della dea yellamha, annunciano il loro arrivo.
Ci lasciamo immergere nell’India più antica, si parla solo il karnata, il dialetto del luogo. E’ un sogno!
Ci troviamo nel piccolo villaggetto di Saundatti. Siamo spinte con forza dai pellegrini dentro una delle quattro porte del grande tempio, ci trascinano nel vortice continuo e circolare, una sottilissima polvere di tamarindo color ocra ricopre tutti noi e ci benedice.
C’è chi urla, chi si rotola a terra, chi invoca, posseduto dallo spirito della dea Yellamha, vibrando forte come casse di risonanza della terra che coltivano.
Il simbolo della dea Yellamha è scolpito in ogni luogo, due serpenti s’incrociano, il maschile e il femminile.
Donne, devadasi, eunuchi, ballerine, ex prostitute, fachiri, contadini e pellegrini, vecchie sciamane, solcate da rughe profonde ricoperte di polvere di tamarindo, con forza ed energia muovono intorno a loro, tra la gente, lo scettro della purificazione, una folta chioma di capelli neri legati ad un piccolo bastone argentato.
Tutto è molto forte,come il peperoncino del cibo che mangiamo. Un piatto grande con riso, lenticchie, e tante salse speziate, il tali.
Shivani è l’albergo che ci ospita, l’unico per europei decente di Saundatti. Al nostro arrivo mancava tutto, acqua calda, luce, lenzuola, carta igienica e asciugamani, e le chiamano “camere de lux”.
La celebrazione continua. Il ritmo delle percussioni è forte, travolgente. Una donna balla tra tanti tamburi. Il suo sari è bianco, ha una lunga treccia e ai piedi scalzi porta cavigliere con sonagli. In verità non è una donna, è un eunuco che balla sotto la luna piena.
Gaia Champa